Le professioni delle relazioni di aiuto

Dopo molto molto tempo, mi decido a scrivere di questo spinoso argomento. Il click me lo ha fatto fare l’articolo che incollerò sotto, che secondo me illumina molto bene certi punti di poca chiarezza che fanno molto danno a chi cerca aiuto professionale. Voglio precisare che esistono counselor onesti (non li conosco), non ci sono solo i furbetti che cambiando contratto terapeutico, di dieci incontri in dieci incontri, fanno vere e proprie psicoterapie. Purtroppo non è soltanto un problema di dire “io ho studiato 10 anni, loro tre”, incontrandone mi sono reso conto che non hanno degli strumenti che sono alla base della psicoterapia. Sui pedagogisti,

naturopati che fanno gli psicoterapeuti, sciamani, e altre figure improponibili, non spenderò parole, a ognuno chi si merita, guru, terapeuta o guida spirituale che sia.
Voglio anche sottolineare che ci sono anche colleghi psicologi e psicoterapeuti che sono poco corretti, non è la qualifica che fa la persona, sia chiaro.
La mia rabbia è anche dovuta al fatto che nessuno dei miei docenti ha mai risposto alla domanda ” se hai una scuola di psicoterapia, a cosa serve farne una anche per i counselor? A cosa servono i counselor in italia?”. A mio modesto avviso è un business, non una promozione del benessere, un business per chi gestisce queste scuole e fa i soldi grazie alle rette di questi allievi. Se qualcuno vuole darmi una (convincente) risposta diversa, le mie orecchie e la mia mente sono assolutamente aperti. Qui di seguito l’articolo di Mauro Grimoldi:

Le scuse dell’abusivo che compie esercizio di attività riservate allo psicologo senza averne titolo, formazione e abilitazione sono varie, ma alcune ricorrono più di altre. Il 37% dichiara di essere counselor. Il 19% sono pedagogisti delusi che sconfinano verso la psicologia. Vengono poi, a distanza naturopati e operatori newage seguaci di dottrine olistiche, soggetti con un titolo estero non riconosciuto e gli ultimi psicanalisti che si ostinano ad esercitare la psicoterapia senza abilitazione.

E’ questo il quadro dei soggetti che vengono segnalati per esercizio abusivo della professione di Psicologo e su cui l’Ordine della Lombardia ha aperto un’istruttoria nel periodo da Settembre 2010 a Marzo 2012. Un buon campione, che arriverà a cento casi entro il 2012. E che porta con sé una sorpresa. Il buon “finto psicologo”, lo stregone con laurea fotocopiata, così improvvido da ingannare davvero pochi non esiste più ed è invece sostituito da un armamentario “ideologico”.

L’abusivo di oggi usa categorie concettuali vicine a quelle della psicologia e pretende di esercitare la professione di psicologo come se la legge 56 neppure esistesse grazie a titoli fatti in casa o che hanno acquistato da associazioni a caro prezzo in forma di corsi, magari con la promessa di un futuribile “riconoscimento”.

La difficoltà degli Ordini è sempre quella di trovare i giusti strumenti per individuare i comportamenti gravi e per dimostrare che siano stati messi in atto.

Per questo, vediamo di conoscere meglio le scuse dell’abusivo:

COUNSELING. Grazie a questa “etichetta” anglosassone, la pratica del sostegno psicologico o della consulenza al paziente su problemi psicologici ed esistenziali di lieve entità si sdogana dall’esigenza di una formazione accademica e viene esercitata da chiunque.

La disciplina si diffonde in USA grazie all’opera di Carl Rogers e vive in Italia un periodo d’oro dalla metà degli anni ’90 ad oggi con picchi di segnalazione nelle fasi di più acuta crisi economica. Le centrali operative del counseling passano, dal 2000 ad oggi da una a quattro.

In Italia il counseling presenta contorni imprecisi e i corsi durano da un fine settimana a tre anni. Alla diffusione di questa pratica sono interessati alcuni psicologi disposti a fini di lucro ad insegnare ai “counselor italiani”. Secondo la sentenza “Zerbetto” del Tribunale di Milano, il diritto alla salute dei cittadini dovrebbe prevalere su ogni altra ragione, e insegnare tecniche psicologiche a non psicologi equivarrebbe a incentivare l’esercizio abusivo della professione.

Nonostante sul piano scientifico questa professione non abbia dimostrato di distinguersi in alcun modo dalla psicologia la giuriusprudenza (di merito) non è sempre concorde, lasciando spazio alla diffusione epidemica di questa pratica.

PEDAGOGIA [e PSICOPEDAGOGIA] CLINICA. E’ piuttosto frequente il caso del pedagogista che esce dall’ambito scolastico per avventurarsi in altri terreni, sconfinando con l’attività di diagnosi, sostegno e cura riservata allo psicologo. Esiste però una realtà più specifica che dà origine a diversi casi di abusivismo: la pedagogia clinica.

Questa realtà nasce per iniziativa del Prof .Dott. Guido Pesci “padre della pedagogia clinica e della professione di pedagogista clinico“. In effetti nel 1974 il Pesci che per inciso oltre ad essere, ovviamente, il primo pedagogista clinico si definisce anche reflector, psicologo, psicoterapeuta, psicomotricista funzionale, giornalista pubblicista, modifica una disciplina nata con il nome di ortopedagogia in “pedagogia clinica”.

Nel 1997 crea perfino una sorta di Albo cui si possono iscrivere esclusivamente gli allievi dei suoi Istituti, divenuti nel frattempo sette su tutto il territorio nazionale.

Due peculiarità: il pedagogista clinico non ha necessariamente una formazione pedagogica ma può essere laureato in molte diverse discipline o “avere un curriculum idoneo”; i pedagogisti clinici hanno registrato il marchio di una serie notevole di “metodi e strumenti” del tutto “esclusivi” e di sapore decisamente “psico” tra cui: Colloquio anamnestico; Psicofiabe; Cyberclinica; Test per l’Attenzione e Faticabilità; Test Mnesi Immediata; Test Verbale di Maturità Logica; Protocollo operativo per l’analisi delle manifestazioni ansiose e depressive.

PSICANALISI E PSICANALISI LAICA. Sigmund Freud lo diceva con chiarezza: “la psicanalisi è sorta come terapia (…) non ha mai abbandonato il terreno di origine, e il suo approfondimento, nonché il suo ulteriore sviluppo sono ancora legati alla pratica con i malati”.

Così Musatti, il Laplanche Pontalis, lo storico manuale di Semi. Addirittura per il Perussia (altro tomo “storico”) quello della psicanalisi e di Freud è “il caso dello psicoterapeuta per eccellenza, oltre che inventore del concetto stesso di psicoterapia e di paziente”. Eppure, ancora oggi, dopo l’accreditamento della SPI come scuola di psicoterapia nel 1993, ora che la psicanalisi rappresenta l’oggetto del desiderio di un terzo degli psicoterapeuti del nostro paese, c’è ancora qualcuno che la esercita senza autorizzazione alcuna e in maniera del tutto autoreferenziale sostenendo che la psicanalisi sia formazione, spiritualità, cultura, anche quando cura le persone con il tipico setting individuale.

E che quindi sia esercitabile da chiunque abbia sufficiente ardimento da autoproclamarsi psicanalista e una manciata di euro per comprare una targa di ottone da appendere alla porta dello studio. Quella di essere “psicanalista laico” (la dicitura fa riferimento ad una lettura distorta di un testo di Freud del 1926) è certo la scusa più raffinata per giustificare un esercizio abusivo di professione psicologica; ma che la psicanalisi non sia psicoterapia è falso come insincera è la posizione di alcuni noti teorici di questa posizione (ne sono rimasti pochissimi) che si sono iscritti agli Ordini di riferimento come psicoterapeuti, per poi lasciare ai loro allievi più giovani e ingenui il rischioso compito di esercitare la psicanalisi senza autorizzazione.