“Terapia della gestalt integrata” di Erving e Miriam Polster

PSICOTERAPIA DELLA GESTALT INTEGRATA Erving e Miriam Polster

CAP 1 IL VALORE DELL’ADESSO

Spesso sentiamo gli adulti dire ai bambini “quando sarai grande”, in realtà è un momento che non esiste nella vita di una persona, rende però molto bene la mentalità, per cui ci riserviamo il più e il meglio a dei momenti da destinarsi: quando sarò laureato, quando mi sposerò, ecc.
Ed intanto restiamo impantanati nel presente.
Un pò come se in un futuro guadagnato e meritato, finalmente arrivasse la pace sospirata, la serenità, la felicità.
Il libro è del ’73 ma questa prima considerazione sulla mentalità, mi sembra ancora molto attuale.
In realtà il tema che si va a toccare è la possibilità che diamo a noi stessi

di scegliere, che si è evoluta anche sociologicamente durante tutto il ‘900. In effetti un esempio su tutti calza: il divorzio. Nel senso che il divorzio sancisce in modo chiaro la possibilità di scegliere la propria vita e accanto a chi la si passa, in pratica solo i diamanti sono per sempre…
In tutto questo turbinio, anche la psicoterapia si è dovuta adeguare e passare dalle pur geniali intuizioni della psicanalisi, a forme diverse di trattamento. L’integrazione è avvenuta in senso umanistico, basandosi su 4 prospettive: l’esperienza è ciò che più conta, il potere è nel presente, il terapeuta stesso è strumento di terapia, la terapia non è utile solo per chi sta male.
Lo stressare il concetto di presente, in Gestalt non è inteso in maniera rigida. Ovvero non si sostiene la possibilità di coinvolgimento solo in esperienze presenti solo in senso letterale. Ovvero il passato ed il futuro sono lo sfondo indispensabile per il presente che è in figura. In Gestalt “é” proibito parlare di qualcosa, l’esperienza va portata nel presente, ma come? Ad esempio parlando delle emozioni che ci suscita un avvenimento di cronaca, una guerra o qualcosa che fa parte della nostra vita. Senza depersonalizzare insomma. Il “si dice”, “si pensa”, è un male dei nostri tempi. Chi pensa? Chi dice?

L’esperienza di gruppo è un esperienza estremamente nel presente, non c’è nulla di proibito (a parte ovviamente il fare/si del male, per cui c’è la spinta a permettersi di sentirsi come ci si sta sentendo e ascoltare i propri bisogni.

Tutto questo è allo stesso tempo in contrasto ed in accordo con la teoria Freudiana, infatti Freud sosteneva l’importanza dell’esperienza presente, valorizzandola però attraverso il ricordo e l’interpretazione del presente basandosi su presupposti del passato. La Gestalt cerca di portare a valorizzare il presente di per sè, il flusso della relazione è nell’esperienza presente, senza costringerlo in connessioni simboliche col passato. Inoltre il dare parola ad un esperienza può essere prematuro rispetto a quelli che possono essere i frutti dell’esperienza stessa, e indurre comportamenti vincolati al significato e non all’esperienza stessa.

La cura del terapeuta per sè stesso sta nel considerare ed “onorare” la propria spontaneità, ed il proprio essere parte integrante della relazione col paziente. Come e più di un catalizzatore. In terapia si parla della realtà e non della idealità, se un paziente è noioso, il terapeuta può permettersi di manifestare questa sensazione e vedere poi cosa succede. La spontaneità tuttavia non è garanzia di bravura, anche se ne è sicuramente un elemento importante, va ben amalgamata con gusto e talento, che fanno si che sia arte.
Le libere associazioni sono elementi fondamentali, ma devono diventare libere scelte, ovvero l’individuo deve tenere in conto che alle azioni corrisponderanno delle conseguenze e assumersene la responsabilità, soltanto così può avvenire il percorso di crescita e il paziente può passare dall’essere un ricettacolo passivo ad essere attivo. Più tardi negli anni ’80 su questo concetto si è sviluppato quello importantissimo di “agency”, in italiano tradotto agenticità, dove uno diventa attore e protagonista delle proprie scelte.

CAP 2 LA FIGURA VIVA

Nella Gestalt la percezione non è soltanot un processo passivo dove l’individuo viene bomnbardato di informazioni, piuttosto egli struttura l’esperienza percettiva, in uno sfondo, ed in una figura, che è ciò che sta in primo piano.

Non solo ma come esseri umani tendiamo a completare le figure incomplete, come per esempio la figura di un cerchio tratteggiata ci parrà sempre un cerchio. Culturalmente questo processo viene osteggiato ed abbiamo una serie di Gestalt incomplete cui imponiamo di andare sullo sfondo.

Il punto è che lo sfondo è indistinto, serve per dare profondità alle cose e una cornice in qualche modo. I due concetti di figura e sfondo sono complementari perché si alternano in continuazione, ciò che è in sfondo può venire in figura in un istante, e ciò che ci pareva della massima priorità, può a sua volta andare sullo sfondo.

Questo è il normale flusso delle cose, ma è solo una parte della storia. Per esempio se io ho fame, tenderò a percepire cibo in uno stimolo che mi viene presentato ambiguamente. Di conseguenza si può ben vedere come l’esperienza interiore condiziona la nostra percezione della realtà.

In parole povere sembra essere molto vicino a quello che comunemente si dice rispetto al portare degli occhiali personali nel vedere la realtà, ma cosa succede se mi “ostino” a non vedere certe cose perchè non ho gli occhiali? E’ così che si creano gli stati ansiosi, forzando sullo sfondo cose che magari, anche per poco, avremmo bisogno che stessero in figura. In psicoterapia si fa proprio questo, facilitare il processo figura-sfondo, aiutare la persona ad autorizzarsi la fluidità, censurandosi il meno possibile. Aiutarla ad ascoltarsi, anche perché difficilmente qualcuno potrà farlo se non essa stessa.

Le situazioni incompiute con le quali, volenti o nolenti, ci troviamo a convivere, vengono immagazzinate dentro di noi, e possiamo contenerne molte. Quando il bisogno di chiuderne una in particolare si fa pressante, si può manifestare sotto forma di ossessione, ansia, diffidenza. Il punto è che qualunque compensazione sostitutiva (ad esempio sono arrabbiato col mio capo sul lavoro, non posso arrabbiarmi, e lo faccio con la mia compagna al rientro a casa) non è sufficiente e tenderà a ripetersi e riproporsi finché non avrà “soddisfazione”. C’è un bisogno che non viene ascoltato e noi lo copriamo con qualcosa d’altro, buttando via grandi energie. Per esempio può essere interessante vedere cosa succede se torno a casa e mi autorizzo a dire: “sono arrabbiato moltissimo col capo, mi sento nervoso e vorrei strozzarlo”…probabilmente il dialogo e l’interazione successiva prendono una piega diversa.

Si può dire che le situazioni incompiute sono come dei blocchi, delle dighe che ostacolano il fluire della vita, della dinamica figura sfondo, per cui mi permetto di stare in una determinata cosa finché mi interessa e, qualora qualcos’altro attiri la mia attenzione, andare a curiosarci. Questo vuol dire fluidità.

Spesso quando abbiamo delle situazioni incompiute diventano il nostro centro di gravità (mi viene in mente la canzone di Battito…) riducendo così le possibilità di apertura nelle nostre vite.

La prospettiva gestaltica valorizza la novità e il cambiamento senza la direttività, ma con la fiducia che la novità esiste e viene riconosciuta a patto che si stia con la propria esperienza per come si forma ( e non, per esempio, per come si pensa che essa si debba formare). E’ qui che si sviluppa la teoria paradossale del cambiamento, ovvero bisogna fare l’esperienza e guardarla senza aspettarsi qualcosa di diverso o di più, un’accettazione piena, seppur temporanea di quello che sta accadendo, per vedere poi che porte si aprono ed essere pronti ad aprirle.

Mi rendo conto che espressa così sia abbastanza difficile, quando la penso, mi dico che per stare nel flusso, è necessario accogliere le esperienze, anche quelle con un sapore cattivo, e vedere nel loro svilupparsi dove ci portano, avendo fiducia che, se ci ascoltiamo, stiamo andando verso noi stessi ed i nostri bisogni reali. In questo modo si ritorna, ancora una volta, al concetto di scelta e di responsabilità, perchè è facile stare in un’esperienza che dà piacere, mentre per stare in una dove ci sono anche infelicità e dolore, bisogna scegliere. Ed ancora una volta, non esiste una regola generale, ma ciascuno sceglie la qualità del proprio stare nell’esperienza e l’esperienza stessa, quello che per uno può essere coercizione, per un altro è una scelta amorevole, e così via.

CAP 3 LA RESISTENZA E IL SUO SUPERAMENTO
Tra le tante forze che si muovono all’interno dell’individuo, la resistenza è quella che potremmo chiamare “sabotatrice”, ovvero che si frappone tra noi ed il raggiungimento di un obiettivo “giusto” per noi. Un po’ come se fosse un agente al servizio non del sé, ma dell’anti-sè. Questa visione richiama un po’ l’essere posseduti da qualcosa di esterno da noi, in realtà in Gestalt è una forza creativa con lo scopo di gestire un mondo difficile, un po’ come il sintomo è il migliore adattamento possibile di quell’organismo in quel dato momento.
La resistenza è parte integrante della persona e non può essere asportata per tornare ad un sé puro o pre-resistenza, è come una strada a senso unico dove ogni bivio implica l’andare in una certa direzione, la persona va in una certa direzione e diventa quella che è anche grazie alla sua resistenza. Non per niente in Gestalt si parla di dialettizzazione del sintomo, anziché cercare di asportare o distruggere, lo si fa parlare, e magari si possono scoprire cose interessantissime di quella persona, come mai proprio quel tipo di resistenza? Cosa ci guadagna? Cosa evita? Tante possibilità che si aprono. In questo senso siamo tutti “liquidi”, tutte le nostre parti si integrano nell’esperienza presente che siamo semplicemente noi, senza inferire una sublimazione di un qualcosa o un perchè, nell’ecologia dell’individuo a cosa servirebbe?
Come nel lavoro col sogno, che di per sé non vuol dire assolutamente nulla, anche con la resistenza e col sintomo si procede ad un lavoro d’integrazione, sono tutte parti della persona, resta da vedere dove si trova la comodità di quella persona in quel momento, ed è qui che c’è uno spazio dove può avvenire un’integrazione, che vale per quel momento, nel futuro non è dato sapere…
A proposito di integrazione, rispetto alla nostra “liquidità”, mi viene in mente l’utilizzo che fa Paolo Quattrini dell’enneagramma: non siamo prigionieri dei caratteri (siamo sposati, è diverso), e possiamo avere bisogno di una virtù legata ad un particolare carattere in un determinato momento, mi spiego meglio. Dentro di noi ci sono tutti e nove gli enneatipi, con le relative sfumature, virtù e passioni, uno è predominante, quello sarà il nostro enneatipo; detto questo non possiamo fare a meno di constatare come nella vita quotidiana non ci comportiamo esclusivamente come “prescrive” il nostro carattere, ma abbiamo anche alcuni difetti degli altri!!! allo stesso modo possiamo usare creativamente la virtù di un carattere diverso dal nostro se la circostanza lo richiede. In questo modo la visione non è cristallizzata, ma siamo un po’ come dei pendoli che pescano ora qua, ora là.

CAP 4 MODALITA’ DI RESISTENZA AL CONTATTO
Quando non otteniamo quello che vogliamo dall’ambiente, ci ritroviamo bloccati con una serie di sentimenti problematici: rabbia, confusione, futilità, risentimento, impotenza, delusione, ecc. Ci troviamo quindi a “dover” deviare quest’energia altrove, un altrove che riduce la possibilità di contatto con l’ambiente che ci ha frustrato.
Si può introiettare, ovvero incorporare passivamente ciò che ci fornisce l’ambiente, non tentiamo di fare richieste, non esprimiamo (o quasi) preferenze. Il bambino ha bisogno per molto tempo di prendere “pro bono” quello che gli viene dato in termini di cibo e di cure, se ad un certo punto non avviene un’elaborazione personale sull’asse del “mi appartiene”- “non mi appartiene”, la persona andrà a giro per il mondo fedele a quegli standard che ha ingoiato, non sentendosi mai realmente libera di scegliere per come sente. Come un cibo che piace a mio papà o a mia mamma, non necessariamente piace a me, così nella vita, dopo aver mosso i primi passi nella protezione dei valori genitoriali, andiamo cercando quelli che vanno bene per noi. Ancora una volta siamo tutti individui unici e non ripetibili nella nostra complessità. Il processo creativo è indispensabile per non introiettare, non per niente, casualmente (!!!), la prima digestione avviene in bocca con la masticazione, e chi ingoia difficilmente avrà una buona digestione. Chi introietta ingoia il proverbiale “rospo”, lo fa come stile di vita di base, ripete ossessivamente una lezione imparata, appresa. E’ quello che vuole essere imbeccato. La ribellione è necessaria ancorchè rischiosa, un passaggio pericoloso ma indispensabile.

Chi proietta, appioppa all’ambiente aspetti di se, di fatto espropriandosene. In questo modo può spesso succedere che la persona abdichi la responsabilità ed il potere di scelta. Chi proietta è qualcuno che non può accettare i propri sentimenti perchè non dovrebbe sentire né agire in quel modo. Il non dovrei è il comandamento di queste persone, ed essendo quindi qualunque torto inammissibile e inconcepibile come proprio, lo attribuisce agli altri o al mondo esterno. Se colui che introietta rinuncia al proprio senso di identità, chi proietta la dà via a frammenti. Il lavoro gestaltico sull’assunzione di responsabilità è qui il più indicato per riprendersi i frammenti e costruire un’identità propria. La riappropriazione del materiale proiettato può avvenire solo attraverso il sostegno sincero del terapeuta e una relazione di fiducia. Grazie a questa fiducia chi proietta può in qualche modo permettersi di riappropriarsi dei propri frammenti, attraverso la fantasia per esempio, lasciando spazio così al fluire di altre emozioni, magari non nuove ma forse non assaporate in precedenza.
Colui che retroflette, rinuncia a qualunque tentativo di influenzare il proprio ambiente, reinvestendo la sua energia unicamente dentro sé stesso e rinunciando a qualunque scambio con l’ambiente, a differenza di chi introietta, qua non c’è proprio scambio. Quindi chi introietta fa a sé stesso ciò che vorrebbe fare a qualcun’altro, oppure fa a sé stesso quello che vorrebbe che qualcun’altro facesse a lui. E’ un po’ come soddisfare da soli qualunque proprio bisogno, magari perché si è imparato così da piccoli. Il punto è che la retroflessione può anche essere sana, basta pensare ad una madre che si morde una mano piuttosto che dare un ceffone al figlio. Onore ai meccanismi di difesa.
Il problema nasce quando mettiamo in atto un meccanismo di difesa nonostante non siamo più immersi nel contesto che lo richiedeva, ovvero il meccanismo è cristallizzato e non discriminiamo più le situazioni diverse e quindi le diverse possibilità che offrono.
Chi deflette, investe una quantità d’energia insufficiente o a caso, senza direzionarla adeguatamente, il risultato è sempre quello del fallimento e dell’insoddisfazione. E’ come se mancasse l’obiettivo della vita, chi deflette parla senza guardare negli occhi, ride genericamente, parla su e non a. Ancora una volta può essere un comportamento funzionale, in una situazione particolarmente “calda” o stressante, staccare ha un suo senso ed a volte può addirittura salvare la vita, tuttavia se si cristallizza leva calore alla vita, anche alla semplice narrazione della giornata. Un po’ come se non fosse possibile mai toccare il cuore della persona che deflette.
Nella confluenza, infine, l’individuo segue quietamente la corrente, non sa se dove sta andando gli piace, ma tutti sembrano apprezzare quella direzione, per di più è veramente poco dispendioso, per cui tanto vale. Un bel modo per appiattire le differenze e l’esperienza del nuovo e dell’altro (sarà mica per non rischiare?). Chi confluisce si sente in colpa molto spesso e prova del rancore, a volte non sapendo nemmeno perché, semplicemente sente di aver violato il contratto di confluenza. In un improbabile parallelismo con l’enneagramma, mi verrebbe da pensare che le persone di enneatipo 6 utilizzano piuttosto spesso questo meccanismo di evitamento del contatto, essendo dominate dalla paura. Quando la confluenza viene violata e la persona prova il senso di colpa, facilmente scivola nella retroflessione svalutandosi ed umiliandosi per “espiare”la colpa commessa.

Non ha un contatto sufficiente per sapere se gli piace quello che fa, lo fa per ottenere riconoscimento e stima in cambio di diligenza. Per rompere la confluenza è importare fare un cammino verso sé stessi ed i propri bisogni e desideri reali, senza dipendere dagli altri ma prendendone nutrimento attraverso il sostegno, quando arriva sincero.