GLI STEREOTIPI

GLI STEREOTIPI

(“Stereòtipo” agg. e s. m. [dal fr. stéréotype, comp. di stéréo- «stereo-» e -type «-tipo»]. – 1. agg. a. Di stereotipia, realizzato con il procedimento della stereotipia: ristampa s. di un volume; lastre s., le stereotipie, ossia le controimpronte, delle forme di composizione tipografica. b.fig. Impersonale, inespressivo, perché detto o fatto senza partecipazione (meno com. di stereotipato): i soliti discorsi s. da salotto; un sorriso stereotipo. 2. s. m., fig. a. Modello convenzionale 

di atteggiamento, di discorso e sim.: ragionare per stereotipi. In partic., in psicologia, opinione precostituita, generalizzata e semplicistica, che non si fonda cioè sulla valutazione personale dei singoli casi ma si ripete meccanicamente, su persone o avvenimenti e situazioni (corrisponde al fr. cliché): giudicare, definire per stereotipi; s. individuali, se proprî di individui, s. sociali, se proprî di gruppi sociali. b. In linguistica, locuzione o espressione fissatasi in una determinata forma e ripetuta quindi meccanicamente e banalizzata; luogo comune, frase fatta: parlare per stereotipi, abusare di stereotipi; in partic., sinon. di sintagma cristallizzato (v. sintagma). c. Espressione, motto, detto proverbiale o singola parola nella quale si riflettono pregiudizî e opinioni negative con riferimento a gruppi sociali, etnici o professionali. (Treccani)

Stereotipo e influenza nelle questioni genere Di cosa parliamo? Stereòtipo [dal fr. stéréotype, comp. di stéréo- «stereo-» e -type «-tipo»] Modello convenzionale di atteggiamento, di discorso: ragionare per stereotipi. In psicologia: opinione precostituita, generalizzata e semplicistica, che non si fonda cioè sulla valutazione personale dei singoli casi ma si ripete meccanicamente, su persone o avvenimenti e situazioni (corrisponde al francese cliché): giudicare, definire per stereotipi; In linguistica, locuzione o espressione fissatasi in una determinata forma e ripetuta quindi meccanicamente e banalizzata; luogo comune, frase fatta. Espressione, motto, detto proverbiale o singola parola nella quale si riflettono pregiudizi e opinioni negative con riferimento a gruppi sociali, etnici o professionali. (Treccani) La scienza psicologia si occupa da tempo e con diverse prospettive di questo importante tema. In particolare la psicologia sociale, interessata ad individuare le dinamiche e i ruoli che gli stereotipi agiscono all’interno dei gruppi e negli scambi tra individui. Lippmann, nel 1992, per primo introdusse questo concetto nelle scienze sociali affermando che il processo di conoscenza viene mediato da immagini mentali costruite in relazione alla recezione, percezione e conseguente interpretazione personale della realtà. Gli stereotipi rappresentano schemi mentali e per questo sono considerati affini alle euristiche, che sono regole di ragionamento che rendono efficiente il pensiero “per scorciatoie” e aiutano nelle prese di decisione, nei processi di valutazione e giudizio e la risoluzione di problemi complessi o con dati incompleti. Lo stereotipo è dunque è una scorciatoia mentale usata per incasellare persone o cose in determinate categorie stabilite. Sono valutazione rigide, inflessibili, che si riferiscono a concetti non appresi in modo diretto, ma mediati e filtrati dal senso comune. Gioie e dolori del ragionamento per stereotipi Il ragionamento per stereotipi nasce quindi da un meccanismo psicologico estremamente utile che è quello della categorizzazione della realtà: la semplificazione dell’enorme flusso di informazioni è una valida strategia cognitiva diffusa. Categorizzare la realtà infatti permette alle persone di avere comportamenti tendenzialmente pertinenti ed adeguati in diverse situazioni, anche complesse e nuove. Quando però la categorizzazione della realtà inizia ad estendersi a caratteristiche psicologiche e a qualità personali affidate del tutto arbitrariamente ad una determinata categoria, allora si comincia a parlare di stereotipi. Gli stereotipi, sono concezioni per loro natura errate perché all’appartenenza sociale viene collegata una caratteristica personale in modo rigido ed universale a tutti gli appartenenti alla categoria presa in considerazione, indistintamente: non tengono conto delle differenze all’interno della stessa categoria che esistono sempre e stabiliscono quindi nessi di causa effetto che sono del tutto errati e influiscono sulla percezione della realtà e sulla memoria. Le esperienze quotidiane sono “incasellate” in griglie di giudizio rigide e quindi quando una persona vive un evento che conferma lo stereotipo affiderà a tale evento una importanza di conferma e quando si presenterà un evento che disconferma lo stereotipo, tenderà invece a valutarlo come “eccezione che conferma la regola”. Inoltre troverà più facile ricordare eventi che confermano gli stereotipi piuttosto che quelli che li disconfermano. Facciamo un esempio riguardante gli stereotipi di genere: questi affidano al genere maschile o femminile determinate caratteristiche psicologiche e personali che nella maggior parte dei casi sono arbitrarie e mutuate culturalmente. Per esempio: uno degli stereotipi che sono più diffusi è quello secondo cui “le donne non sanno guidare”. Secondo il meccanismo descritto prima quindi, chi si affida a tale stereotipo si ricorderà con più facilità un’esperienza in cui una donna ha guidato male rispetto al contrario che sarà vissuto, peraltro, come eccezione. All’interno dei fenomeni della violenza di genere le credenze e gli stereotipi culturalmente diffusi, da un lato hanno rallentato il riconoscimento del fenomeno, dall’altro lo hanno alimentato. Pensiamo all’esempio dello stereotipo tanto diffuso quanto falso che l’aggressività sia un tratto tipicamente maschile quanto abbia rallentato il riconoscere come atto violento quello delle violenze familiari. Pillola rossa vs pillola blu, “economia” vs “complessità” Lo stereotipo è un modo economico di ragionare, dove economico viene usato qui con un’accezione negativa. Il problema è che la realtà e gli esseri umani sono complessi e multivariati, e lo stereotipo non è in grado contenere questa complessità. La risultante è una gabbia che non riesce a fornire significati agli eventi e alle situazioni, in cui il rischio che avvenga un passaggio dallo stereotipo alla violenza è alto. La violenza diventa il mezzo attraverso il quale cancelliamo quello che esce dagli schemi confortevoli. In questo senso è tutto legato: cultura, educazione, valori, pensiero critico. Perché una società dove c’è spazio solo per comodità urlate diventa molto velocemente una società violenta. Le donne sono da sempre bersaglio di stereotipia. Servirebbe un’intera enciclopedia per elencarne le motivazioni, ma si può sicuramente affermare che la violenza di genere svolge la funzione di apparente contenimento della diversità, del potenziale e della libertà di desiderare delle stesse donne oggetto di questo meccanismo psicosociale. Un tentativo di riaffermazione del pensiero rigido sottostante, a cui le donne cercano in qualche modo di sottrarsi. Possiamo concludere affermando che il ragionamento per stereotipi funziona come i paraocchi per i cavalli: lascia spazio ad un unico, noto e rassicurante percorso (mentale), escludendo dalla visuale percorsi differenti, sfumature, paesaggi, elementi nuovi. Un po’ come la pillola blu di Matrix, che lascia la possibilità di continuare a vivere in un mondo illusorio, a differenza di quella rossa, che apre scenari nuovi e realtà fino a quel momento ignote. La strada da intraprendere per uscire dal ragionamento stereotipato prevede scelte coraggiose. Poi c’è un lungo percorso costellato di dubbi, ripensamenti e tentativi di boicottamento dalla realtà che ci vuole allineati e incasellati. La meta è la libertà di pensiero e la capacità di pensiero critico.

Annalisa Corbo – Psicologa e Psicoterapeuta

Simona Adelaide Martini – Psicologa e Psicoterapeuta

Paolo Molino – Psicologo e Psicoterapeuta